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  • Camilla Pietrarelli

Aggiornato il: apr 7

Ho scritto queste righe per raccontare la prima volta che ho scattato ufficialmente ad un concerto, l’ho sempre voluto fare e sono molto felice di esserci riuscita.

Non so in realtà perché ci tenga tanto, probabilmente sentivo il bisogno di ripercorrere quella sera nei particolari e so che solo la scrittura può aiutarmi a farlo. Inoltre sono profondamente affezionata e grata a quel live, perché mi ha fatto capire cosa volessi fare nel mondo della fotografia.

Non ho tante pretese nei confronti di chi leggerà, non ho neanche la certezza che ci sappia effettivamente fare con la scrittura, ma è sempre stata una mia passione nascosta, (alle superiori ammettevo con fatica che per me fare i temi, era piacevole) e finché alcune cose rimangono tali non se ne capisce il vero valore, quindi mi butto.


Sono passati già tre anni, era il 19 maggio 2016, la data la ricordo con precisione perché uscì un articolo tuttora in circolazione e in tutta onestà prima di iniziare a scrivere sono andata a controllare. Per il resto vi assicuro che ricordo tutto nei dettagli.

Era una Festa della Birra ad ingresso gratuito e quella sera gli headline erano i Ministri. Come ho già detto è stato il mio primo concerto da fotografa accreditata. Per chi non avesse le idee chiare l’accredito si riferisce ad un ingresso gratuito previa richiesta da parte di testate giornalistiche, webzine, radio, tv eccetera. I fotografi, oltre ad avere il nome in lista accrediti ricevono il PASS PHOTO, cioè l’autorizzazione di poter scattare nel PIT, spazio tra palco e transenna.

Quella sera non ero consapevole di tutto ciò.


Ne approfitto per ringraziare la mia collaboratrice del tempo, che mi diede la possibilità di entrare in questo mondo a piccoli passi ma consapevoli. Grazie a quella piccola collaborazione ho imparato tante cose, così come grazie ai professionisti incontrati nel corso degli anni che sono stati disposti a darmi consigli, sono e saranno sempre fondamentali per me.


Dicevamo. Catapultata in questo ambiente per la prima volta nelle vesti di ‘professionista’, cercai la fatidica Cassa Accrediti che mi era stato detto di cercare ma ovviamente non la trovai. Ero così confusa e spaesata che chiesi alla ragazza che vendeva le birre se aveva lei quella lista, e tutto sommato non fu una cosa stupida, dato che scoprii che si occupava di entrambe le cose. Mi confermò che la cassa accrediti non c'era. Mi diede un pass di carta plastificato molto male ma a cui tengo tantissimo. Capii subito che anche la figura del grafico non era stata contemplata nell’organizzazione del festival. Comunque è ancora appeso in camera.


Mi avvicinai al palco, mostrai il pass al ragazzo della security che mi aprì la transenna, ma indugiai ugualmente qualche istante. All’inizio la sensazione è simile al senso di colpa, come se non fossi autorizzata ad essere lì, eppure lo ero. Ho capito poi che era semplicemente la vergogna e la poca famigliarità con l’ambiente. Alla fine entrai, ovviamente.


C’erano tante persone che andavano e venivano, intravidi spesso i componenti della band, che allora non conoscevo personalmente, e tutto il loro staff. Ridevano e salutavano i fan, umanamente mi fecero un’ottima impressione. Posso senza alcun dubbio confermare che, avendoci parlato nel corso dei vari anni e tour, sono effettivamente così, umani e sorridenti, bellissime persone nonché seri professionisti, che danno importanza a tutto il contorno del loro lavoro, incluso i fotografi. Se state leggendo, grazie che siete così.


L'imbarazzo è stato immenso nel stare per la prima volta tra le transenne e il palco. Solitamente entro nel Pit 15/30 minuti prima dell’inizio del concerto, ed inutile dire, ho tutti gli occhi addosso, non ovviamente per meritocrazia estetica, ma perché i fan più sfegatati si chiedono tra sé e sé perché io abbia il privilegio di assistere al concerto da quella posizione invidiabile. La macchina fotografica però parla per noi.


La prima cosa che s’impara è la regola generale dei tre pezzi e io ovviamente non ne sapevo niente. Consiste nel poter scattare e rimanere nel PIT solamente durante la durata dei primi tre pezzi della scaletta, a meno che non ci siano altre indicazioni.

Io ingenuamente chiesi quanto tempo potevamo stare ad un’altra fotografa, ricordo ancora benissimo chi è. Era una domanda stupida per chi è abituato, ora lo so, e lo capii dalla sua espressione, non a caso dopo poco mi chiese se era molto che facessi questo mestiere. Le spiegai che avevo la tipica esperienza da 'tutto e un po' e che stavo cercando la mia strada. Chiacchierammo qualche minuto per spezzare l'attesa, avrei voluto chiederle così tante cose da non sapere da dove iniziare e alla fine mi limitai ad ascoltare quello che aveva da dirmi. Fotograficamente parlando, riferendosi ai Ministri e più ingenerale alla fotografia di concerti, mi disse questa frase:

“vedrai che t’innamori."


E così fu, era una previsione corretta. Sì perché i Ministri, oltre alla stima musicale profonda che nutro nei loro confronti, sono fotograficamente un bomba, potenti e per niente semplici da fotografare, e questo rende il tutto molto più intrigante.


Come si suol dire 'le regole sono state fatte per infrangerle' e infatti in quella occasione nessuno ci buttò fuori dopo i famosi tre pezzi iniziali e ci godemmo tutto il concerto da lì, io e altri fotografi. Ricordo che cantavano e si esaltavano tanto quanto il pubblico ‘intransennato’. Gli sguardi invidiosi dei fan iniziavano a essere fondati.


Dopo quel concerto, continuai a farne molti altri ed entrare nel "mood" giusto della musica live e tutt'ora tento di farlo, perché è un lavoro continuo, e ogni live è diverso dall'altro. Ho capito e sto scoprendo i pregi e i difetti di questo campo e con i risultati alla mano, capita spesso che la bilancia alterni una pacca d'incoraggiamento e un 'batti il cinque'. Non è un mondo facile, la concorrenza è alle stelle e cercare di essere presi sul serio è decisamente la parte più difficile. Spesso la maggior parte dei fotografi che vedete ai concerti non sta lavorando, è li per passione e non ha la prospettiva, per scelta propria, di trasformarlo in mestiere. Il problema è che, per i pochi che decidono di farlo, è il triplo più faticoso farlo capire a chi gli sta intorno. La domanda di fotografi è molto più bassa dell'offerta, e in qualche modo chi vuole farne un lavoro, deve dimostrare di avere qualcosa che altri non hanno, in modo da essere notato.

L'esperienza ripagherà, senz'altro.


La fotografia, come tutte le arti e i mestieri ha bisogno di grande umiltà e perenne voglia di migliorarsi, lo studio e il confronto con altri sono fondamentali. Sono grata di averla incontrata nella mia vita. Seriamente.


Ringrazio di nuovo come accennato sopra tutti gli artisti che apprezzano il nostro lavoro e non lo svalutano, gli danno l'importanza e la dignità che si merita, per noi è importantissimo, e sento di parlare a nome di tutti i fotografi che investono energie, tempo e soldi per fare questo lavoro.


Più passa il tempo e più ho le idee chiare su quello che voglio raccontare di un concerto, non è un elemento da sottovalutare, non sono lì solamente per farmi un concerto gratis, ma per descrivere quello che succede. La mia filosofia è l'intimità, per me un concerto non è solo ed esclusivamente potenza ed energia. Cerco sempre di catturare quel momento assorto in cui il pubblico è totalmente preso dalla canzone, e si 'convince' che l'artista stia cantando solo ed esclusivemente per lui, anche se è circondato da centinaia di persone. Mi è capitato spesso, tipo durante Fake Plastic Trees dei Radiohead; ricordo che mi scordai di essere in un ippodromo con 60mila persone, mi catapultarono in un'altra realtà.


Vi ringrazio se avete preso tempo per leggervi queste parole, spero non sia stato tempo perso, e spero di avervi chiarito il perchè sia tanto affezionata a quella serata, è stato bello ripercorrerla.





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